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Grave incidente sul lavoro ad Anzio, la storia di Valerio raccontata dalla moglie

E’ la storia di un brutto incidente sul lavoro, avvenuto ad Anzio lo scorso tre maggio, quella che una donna racconta alla Rubrica di Concita De Gregorio che la giornalista tiene su Repubblica. (http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2018/05/18/per-mio-marito-valerio-operaio-in-rianimazione/)

A raccontare i fatto che hanno portato Valerio in Rianimazione, la moglie Giuliana Massari, e davvero c’è poco da aggiungere. Di seguito il testo inviato a Repubblica.

“La mattina del tre maggio, come ogni mattina e come ogni giorno da tanti anni ormai, mio marito Valerio è partito di buon mattino per recarsi a lavorare nella ristrutturazione di una delle tante palazzine estive e disabitate di Lavinio, nel comune di Anzio, in provincia di Roma”.

“Valerio è un carpentiere puntuale ed onesto e stava svolgendo il proprio lavoro insieme ad altri colleghi della ditta edile per cui lavora. Verso le otto e mezza ricevo una telefonata da parte di uno dei colleghi che con le sirene dell’ambulanza in sottofondo mi diceva di raggiungere Valerio nell’ospedale di Anzio: ‘Si è fratturato il gomito, non correre per strada…’, ma già temevo il peggio. Dal momento che abito a più di un’ora da Anzio quando arrivo in ospedale Valerio è già in sala operatoria, mi dice la dottoressa che mi aspetta al pronto soccorso: mi invita a sedermi e mi preannuncia un quadro clinico terrificante; non solo il gomito destro era ‘scoppiato’, aveva anche subìto la rottura di tutte le costole del lato destro che avevano perforato il polmone e la caduta aveva compresso lo stesso polmone, in più lo sterno si è rotto a meta dando un lieve colpo al cuore”. “Salgo di corsa in sala operatoria, mi siedo in una delle sedie di fronte alla porta: sono confusa, impaurita, penso ai nostri figli che devono essere avvertiti, hanno 21 e 19 anni e a quell’ora stanno dando un esame. Penso alle parole giuste da dire ai genitori di mio marito, anche loro abitano a più di un’ora da Anzio. Mi raggiunge il collega di Valerio, affermando che non conosce la dinamica dell’incidente poiché lavorava nell’altro lato della casa”.

“Dalla sala operatoria esce non ricordo chi e mi consegna una grande busta verde con gli abiti di lavoro di Valerio intrisi di sangue e tagliati dalle forbici dei dottori. L’incubo è solo all’inizio. I due colleghi che lavoravano nella stessa facciata, con il volto pallido mi dicono di non aver visto nulla ma asseriscono che mio marito lavorava su di una scala di tre metri, e lui è alto un metro e novanta. Aggiungono anche che nel cantiere sono intervenuti i Carabinieri”.

“Due giorni dopo devo consegnare il certificato all’Inail e poi andare  all’Inps, vado anche al comando dei Carabinieri per capire la dinamica dei fatti, ma a me non danno nulla poiché serve un legale e anche bravo, specializzato in infortuni sul lavoro. Tutto questo destabilizza, provoca rabbia perché la dinamica non è chiara, perché non ci sono testimoni, perché ferma il tempo, preghi qualsiasi dio ti possa dare una speranza di vita, ti svegli la notte in preda agli incubi, con il fiato corto e il cuore che va a mille, tutto cambia, cambia la dinamica quotidiana familiare, ti penti o speri di aver dato un bacio… quel bacio quotidiano che dai alla persona amata, il mio povero diavolo partito all’alba per guadagnare un minimo di stipendio, ma dignitoso con un lavoro più che rispettabile per non ritornare dalla propria famiglia”.

E’ ancora in rianimazione. Nasce una tale rabbia verso chi dovrebbe controllare, tutelare, garantire sicurezza, perché non è ammissibile una tragedia del genere in nessun caso e a nessun uomo o donna che sia. Bisognerebbe occuparsi un poco di più di chi lavora, farlo meglio”.