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PILLOLE DI PSICOLOGIA – Il fenomeno del blue whale ovvero il gioco del suicidio

Nuovo appuntamento con la rubrica "Pillole di Psicologia" a cura del dottoressa Elena Cagnacci che affronta le tematiche più importanti del settore e chiarirà i vostri dubbi. In questo articolo si parla del Blue Whale, il gioco del suicidio nato in Russia e che spaventa anche l'Italia. Per inoltrare le vostre domande potere scrivere redazione@ilclandestinogiornale.it con oggetto “Pillole di Psicologia"

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Negli ultimi giorni si sente frequentemente parlare del fenomeno del “blue whale”, che dalla Russia si sta lentamente spostando anche in Europa e nel nostro paese.

Ma cos’è il blue whale e perché è così importante studiarlo e comprendere come arginarlo? Il blue whale è un nuovo “gioco”, nato appunto in Russia, che prende il nome da un fenomeno naturalistico legato proprio alla balenottera azzurra (blue whale significa letteralmente balena azzurra) che, apparentemente senza motivo, sceglie ad un certo punto di spiaggiarsi per alcuni minuti con il rischio di non essere più in grado di tornare in acqua, e dunque morendo asfissiata. Questo è quello che sta accadendo ad oltre 150 giovani russi tra i 15 e i 18 anni che scelgono di partecipare a questo gioco che ha come obiettivo finale quello del lanciarsi dall’edificio più alto della città in cui ci si trova, filmandosi o facendosi filmare da qualcuno, in modo da lasciare traccia dell’avvenuto “game over” e, soprattutto, condividendo l’evento.

Sebbene il fenomeno sia relativamente “nuovo” – infatti se ne hanno le prime tracce nel 2015, non si riesce ancora a comprenderne chiaramente le modalità e se effettivamente sia da considerarsi un fenomeno a sé stante, in quando molti sono stati i suicidi adolescenziali in Russia prima che il gioco esplodesse. Le informazioni che abbiamo sono relative a delle regole con cui il partecipante entra in contatto attraverso un sito social (come facebook o instagram). Queste regole gli impongono di compiere 50 azioni (una al giorno) tutte relative ad una sorta di “preparazione alla morte” prima di concludere la propria vita con il salto nel vuoto. Le azioni riguardano una serie di “obiettivi” che i ragazzi devono raggiugere, proprio come se fossero in un videogioco. Si può ipotizzare che le persone dietro questo gioco, quelle che sono responsabili di dare queste regole e di incitare i ragazzi a portare avanti i compiti, siano effettivamente dei manipolatori che entrano in contatto con soggetti giovani e dunque fragili, poiché immersi nel periodo adolescenziale, che come è noto, è un periodo di transizione, che spesso può essere causato da forti sentimenti di pessimismo, isolamento, tristezza e solitudine. Attraverso una sorta di lavaggio del cervello queste persone ordinano ai ragazzi, ad esempio, di svegliarsi ad un determinato orario nel cuore della notte e guardare film dell’orrore, oppure di farsi dei tagli, o ancora di disegnare una balenottera azzurra, o di tagliarsi le vene “ma non così profondamente”, o di andare a cercare l’edificio da cui poi si butteranno, e così via. Ovviamente, ognuno di questi compiti deve essere testimoniato da una foto mandata direttamente a quello che viene chiamato “il curatore”, ovvero chi fornisce le istruzioni, che possa così confermare il raggiungimento dell’obiettivo… proprio come in un videogioco!

Molte sono le menti che cercano di comprendere la portata di questo fenomeno: numerose testate giornalistiche (in primis quelle russe, vista l’incidenza e la frequenza nel loro paese) hanno promosso ricerche, intervistato i genitori delle vittime, chiesto pareri ad esperti onde comprendere come sia possibile che ragazzi apparentemente normali finiscano per decidere di compiere questo gesto estremo. Come dicevo all’inizio, ancora non si è in grado di stabilire se questo fenomeno debba o meno destare allarme ma sappiamo che in Russia è stato arrestato un giovane uomo di 22 anni che si ritiene essere l’ideatore del gioco ed un “curatore”, responsabile di almeno 16 suicidi di ragazze adolescenti e che sostiene di “non essere pentito perché ha purificato la società ed ha fatto morire quelle adolescenti ma erano felici di farlo perché per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione ed importanza”.

In molti si chiedono come sia possibile che i giovani cadano in questa trappola e si facciano convincere in soli 50 giorni a morire. In realtà è alquanto improbabile che un ragazzo qualsiasi possa cadere vittima di una tale manipolazione mentale, se così si può chiamare. È certo, tuttavia, che quei ragazzi che hanno in sé tendenze fortemente depressive, che abbiano un’autostima molto bassa o problemi con le figure genitoriali, o ancora che siano molto fragili ed insicuri, che abbiano poche amicizie, che abbiano subito dei traumi, che siano molto dipendenti dalle figure di riferimento o che siano emarginati, hanno maggiori probabilità di essere affascinati da persone carismatiche che chiedano loro di raggiungere questi obiettivi e li gratifichino attraverso la condivisione sui social, così fa farli finalmente sentire “visti” da qualcuno, capaci d imprese difficili o paurose e dunque impavidi e spregiudicati. I compiti accrescono e nutrono in qualche modo il “se distruttivo” dei ragazzi, amplificando un’idea di morte che spesso può essere frequente nei momenti più bui dell’adolescenza.

Concludo sottolineando quanto sia importante non creare allarmismo, poiché i ragazzi sono curiosi e, talvolta, parlare troppo di un argomento può provocare l’emulazione, ma al contempo è essenziale allarmare genitori ed insegnanti, che imparino a comprendere e riconoscere i segnali di sofferenza e di disagio dei giovani.

Elena Cagnacci, psicologa e psicoterapeuta

Dott.ssa Elena Cagnacci  Psicologo – psicoterapeuta
Consulente tecnico d’ufficio del Tribunale di Velletri
Consulente di mediazione familiare
Via Gorizia 17 (Nettuno) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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