Home Cultura e Spettacolo La storia di Nettuno, la tradizione della festa di Sant’Antonio

La storia di Nettuno, la tradizione della festa di Sant’Antonio

L'appuntamento settimanale con la Cultura per scoprire storie e tradizioni della città di Nettuno a cura dell'associazione Nettuno Olim Antium

675

Gennaio è il mese in cui, lasciateci alle spalle le festività natalizie, appena 11 giorni dopo ricorre la festività di Sant’Antonio, dalle radici profondissime e a cui ogni nettunese di mezza età ha sicuramente legato moltissimi ricordi, personaggi e fatti divertenti.

E’ la festa in cui si benedicono gli animali, c’è l’estrazione delle doti, del priore e c’è ancora, seppur in forma drasticamente ridotta, una reminescenza delle doti ( una volta in denaro, oggi in buoni acquisto) e della fiera coi giochi popolari. Di ciò che è stata la Festa nello scorso secolo, abbiamo trovato una bella descrizione ad opera del compianto concittadino Augusto “Ruro” Rondoni, riportato integralmente nel suo libro “Nettuno, otto-novecento” di fresca ristampa. E’ un’antichissima tradizione che perdura egregiamente. Fin dai tempi immemorabili i nettunesi, specialmente i vignaroli, sono sempre stati devoti a S. Antonio Abate, la cui ricorrenza cade il 17 gennaio di ogni anno.

Lo svolgimento dei festeggiamenti si è sempre tenuto presso la Chiesa di S. Francesco sede della confraternita che contava una cinquantina di confratelli, oggi raddoppiata. Facevano sempre a gara per custodire, fino alla festa dell’anno successivo, la bandiera su cui è ricamato il Santo. Per questo all’annuale ricorrenza, i confratelli si recavano a messa di prima mattina, avendo tempo fino a mezzogiorno, per dare l’adesione (che avveniva dentro una scatola nera metallica) per concorrere all’estrazione del Priore. Nella funzione del pomeriggio, dopo la messa, si procedeva all’estrazione del Priore, mediante preventiva immissione di un altro biglietto con sopra scritto “S. Antonio”. Il confratello che usciva successivamente dall’urna dopo quello di S. Antonio era Priore. In pari tempo avveniva un grande scampanio con suono di musica nel piazzale dove c’era il popolo festoso, non contenuto dalla chiesa, e si annunciava ad alta voce il nome del Priore in carica, che si presentava sul sagrato con la fascia di S. Antonio a cinta. Il priore in uscita doveva portare la bandiera del Santo, in corteo con i “santantoniani” e i simpatizzanti, musica in testa, presso l’abitazione del nuovo Priore dovunque fosse.

All’arrivo venivano ospitati in casa i confratelli e i musicanti dove veniva offerto loro del vino (uno o due barili) con almeno una canestra di ciambelle e biscotti a cura e spese del priore uscente. Ecco perché è stata sempre chiamata la “festa dei ‘mbriaconi!”. Anticamente i Priori non potevano riconcorrere nei tre anni successivi, ma ora la regola è stata portata a cinque. Nei primi anni del secolo vi era Cencio Leggi detto “Cuccone”, con la sua numerosa famiglia; erano tutti abbastanza fanatici di Sant’Antonio e partecipavano sempre in famiglia, alla estrazione del Priore. Tanto è vero che la moglie, Maria Grazia Pennafina diceva: «Ma sta sempre qua sto stennardo?». “Cuccone”, quando usciva il priore attribuito ad un fratello o ad un figlio, si precipitava sul Sagrato strillando: «Musica-musicanti! Sonéte, sonéte! che S. Antonio è uscito a ‘gnantri!». Quando invece l’attribuzione capitava a “Cencio Cuccone”, era un figlio che usciva a sollecitare la musica dicendo: «Sonéte, sonéte! che S. Antonio è uscito a tatà!». E Cencio, tutto festoso, poi cantava: Viecci, viecci Sant’Antò Viecci a casa de Cuccone Che se famo ‘no Boccione! Durante i festeggiamenti si facevano anche altre manifestazioni, prima del sorteggio, come: La benedizione degli animali; l’estrazione di cinque premi in denaro, chiamate “doti di S. Antonio” (una specie di lotteria, cui potevano concorrere tutti); la “Signora di Trevi”, che era un enorme fantoccio, abbigliato come una donna, con vesti di carta che a conclusione di una danza nella piazza, le vesti prendevano fuoco con fuochi pirotecnici (tradizione sviluppatasi per la presenza della comunità di Trevi nel Lazio che era quasi tutta concentrata nella chiesetta di San Giacomo); l’albero della Cuccagna; lo sfascio delle pile; le corse dentro i sacchi; le corse dei cavalli a Piscina Cardillo (organizzata da Nunzio Ciavatta) e la corsa ai maccheroni (istituita da Gaetano Valeri).