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Errore sanitario, rinviati a giudizio un medico di Pomezia e uno di Anzio

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L'ingresso dell'Ospedale di Anzio e Nettuno

Due medici, un radiologo ella casa di cura Sant’Anna di Pomezia e un ortopedico dell’Ospedale di Anzio a processo per la morte di Aldo Scione. Il figlio del 64enne di Ardea deceduto nel gennaio 2017 ha sporto denuncia al momento del decesso del padre, avvenuto, a suo dire, “dopo un mese e mezzo da incubo nelle mani della sanità italiana”. Ora il giudice ha fissato la prima udienza del processo per il prossimo 5 novembre.
Nicola, figlio di Aldo Scione, aveva denunciato, anche in tv, l’odissea sanitaria vissuta dal padre. All’esito dell’udienza preliminare del 4 luglio scorso nel Tribunale a Velletri, accogliendo la richiesta della Procura, il Gup Emiliano Picca ha rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio colposo in concorso due medici che hanno avuto in cura la vittima: una radiologa di Pomezia e un ortopedico all’ospedale di Anzio i quali, secondo l’accusa “con condotte autonome ma entrambe influenti nel determinismo dell’evento, caratterizzate da negligenza e imperizia, causavano la morte del paziente”.
Il calvario di Aldo Scione che, a parte un ictus superato in maniera positiva, godeva di buona salute, inizia il 3 dicembre 2016 a causa di una brutta caduta in casa e, secondo l’accusa, di un’errata diagnosi.
Il 64enne dopo la caduta è stato portato al Pronto Soccorso di Anzio, dove lo rimandano a casa. Il 6 dicembre il figlio lo accompagna alla Casa di Cura Sant’Anna. E qui secondo l’accusa, sulla scorta della consulenza tecnica medico legale disposta ad hoc, avviene il primo errore penalmente rilevante, perché la radiologa sottopone il 64enne ad accertamento radiografico dell’arto “senza però rilevare la frattura pertrocanterica del collo del femore, nonostante la presenza di indicazioni specifiche e senza disporre un esame di tomografia computerizzata che avrebbe potuto evidenziarla con certezza“. Scione viene dimesso con la prescrizione di prendere semplicemente della Tachipirina “ritardando in maniera rilevante – si legge nelle carte dell’accusa – un trattamento chirurgico che in realtà avrebbe dovuto essere praticato nel minor tempo possibile per ridurre il rischio d’insorgenza delle complicanze connesse“. L’uomo continua a lamentare dolori e i familiari si rivolgono a una fisioterapista e a un fisiatra, che notano subito la posizione scorretta del bacino. Nuova chiamata al 118 e stavolta, all’ospedale di Anzio, dalle lastre emerge la frattura del femore sinistro, ma sono passati 18 giorni: è il 21 dicembre. I medici decidono di intervenire chirurgicamente, e qui si sommano, sempre secondo l’accusa, altri errori. Dopo aver individuato la frattura il medico di Anzio sottopone il paziente “a un primo intervento chirurgico di osteosintesi con chiodo endomidollalre, caratterizzato però da evidente errore tecnico consistito nel non corretto posizionamento della vite cefalica, la cui mobilizzazione era riscontrata da accertamento radiografico eseguito appena 23 minuti dopo la fine dell’operazione. In questo modo si è reso necessario un nuovo intervento “riparatore”, eseguito il 24 dicembre, “per la rimozione e successivo riposizionamento della vite, che però sottoponeva il paziente a ulteriore stress operatorio aumentando il rischio di infezione, come poi verificatosi, con prolungamento dell’immobilizzazione“.
Il 30 dicembre Aldo Scione viene trasferito nella casa di cura Villa dei Pini, ad Anzio, per la riabilitazione, ma va incontro a un progressivo deterioramento delle sue condizioni di salute generale. Problematiche ripetutamente segnalate dai familiari ai sanitari, che minimizzano. In pochi giorni viene riscontrata una bronchite per cui si rende necessaria una terapia antibiotica, quindi si manifesta un’infezione alla gamba. I familiari il 15 gennaio lo trovano incosciente, in coma diabetico. Il 17 gennaio lo riportano all’ospedale di Anzio, dove subentra una polmonite bilaterale massiva. Il 21 gennaio il suo cuore cede. Decesso dovuto, sempre per citare gli atti d’inchiesta, “a sindrome ipocinetica che evolveva in modo progressivo verso un’insufficienza cardiorespiratoria letale, determinata dalla prolungata immobilizzazione a letto del paziente in conseguenza delle omissioni e degli errori suddetti“.
I familiari hanno quindi avviato, oltre all’azione penale, anche un’azione civile davanti il Tribunale di Roma nei confronti dell’Asl Roma 6.