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Mattia Spadaro, ristoratore di Nettuno, alla manifestazione per le riaperture

E’ durata ore ed è finita con delle sommosse la manifestazione dei ristoratori a Roma, dello scorso 6 aprile, contro le misure restrittive utilizzate

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E’ durata ore ed è finita con delle sommosse la manifestazione dei ristoratori a Roma, dello scorso 6 aprile, contro le misure restrittive utilizzate dal governo per la limitazione dei contagi da nuovo coronavirus che hanno gravemente penalizzato al categoria, costretta a lunghe chiusure, con una perdita del giro d’affari vertiginosa, con tante chiusura e una crisi che forse, solo ad inizio maggio si potrà dire alle spalle.
Ad intervenire in piazza anche un ristoratore di Nettuno, Mattia Spadaro, del ristorante “Il Folle” che era presente al corteo.
“La manifestazione iniziata alle 15 – spiega – è stata ideata per chiedere aperture anticipate, la maggior parte delle persone presenti hanno manifestato seriamente in modo civile, sono gli imprenditori e i lavoratori delle categorie più colpite dalle misure restrittive, come i ristoratori, i titolari delle palestre, il mondo dello spettacolo, tra cui anche Enrico Montesano. Quello che abbiamo chiesto è il diritto al lavoro, allo stipendio e il diritto ad una vita normale. So che ci sono stati alcuni, persone che non erano con noi, credo non facessero parte nemmeno degli imprenditori delle categorie colpite dai decreti, che hanno esagerato, c’erano delle bandiere blu di Italexit e un uomo vestito come lo sciamano che ha assaltato il campidoglio in America, ma invece di avere la faccia dipinta della bandiera americana, aveva quella italiana. Noi abbiamo manifestato seriamente cercando di inviare una delegazione a Montecitorio proprio per richiedere le aperture anticipate e delle soluzioni concrete”. La speranza dei ristoratori e non d chi si infiltra alle manifestazioni per dare spettacolo, è quella di tornare a guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro in tutta sicurezza ma anche di ottenere dei giusti ristori per limitare i danni di una crisi che sta diventando troppo lunga e, per molti, non più sostenibile.