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Edgar Allan Poe e il mistero della lettera, da Baltimora ad Anzio

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Riportiamo un articolo del Corriere.it che racconta di come una lettera del notissimo scrittore americano sia spuntata ad Anzio dopo la guerra. Buona lettura

Dal 18 giugno, il libro di Teresa Campi che fa chiarezza su carattere e fortuna dello scrittore. Con inedito «romano» 

di Peppe Aquaro

«Poe, nun fa lo stupido stasera». E se il tempo fosse un gambero, chissà che cosa penserebbe il grande Edgar Allan Poe della Roma di «Rugantino»? Il personaggio vissuto (o forse no: anche questo sarebbe un «mistery» niente male) nella stessa epoca dell’autore de «Il Corvo», e di tanti altri capolavori, al quale la scrittrice romana, Teresa Campi, ha dedicato «La vera storia di Edgar Allan Poe», per la casa editrice Odoya, in libreria dal prossimo 18 giugno. Come mai ci affanniamo nel cercare assonanze di romanità (persino antica) in un testo che fa finalmente chiarezza su carattere e fortuna dello scrittore nato a Boston nel 1809 e morto 40 anni dopo a Baltimora? Prima di tutto, perché, la formazione di Poe è quella del mondo classico: non si spiegherebbe altrimenti il suo «The Coliseum», un componimento dei primi anni ’30 del 1800, buttato giù in occasione di un concorso letterario, e dove si avverte l’ansia della morte e dell’eternità. Non solo. Poe scrisse e spedì persino delle lettere immaginarie da Roma – città nella quale non mise mai piede -, dopo essersi imbarcato, sotto un altro nome, alla volta di un viaggio intorno alle coste occidentali dell’America.

«Inoltre, ‘The Coliseum’ è molto importante in quanto c’è tutto il fascino esercitato dalla scrittura di Lord Byron nei confronti di Poe: il poeta inglese, infatti, aveva più volte esaltato la bellezza di Roma città eterna nei suoi versi», spiega Teresa Campi, la quale ricorda che, la stessa Mary Shelley (sì, l’autrice di «Frankenstein»), sempre in quegli anni, aveva scritto il suo «The Coliseum», poi rimasto incompiuto. Ma, anfiteatro Flavio a parte, nelle 366 pagine de «La vera storia di Edgar Allan Poe», la sorpresa in chiave romana o laziale, è nelle pagine finali del libro, nella pubblicazione di una lettera scritta dallo stesso Poe, il 29 agosto del 1849, da Baltimora, poi andata perduta, e rispuntata, un secolo dopo, nientemeno che ad Anzio, subito dopo lo sbarco delle truppe alleate sul litorale laziale.

Campi ha pubblicato e tradotto in italiano, per la prima volta in assoluto, le due facciate scritte con mano malferma da Poe, in quell’agosto del 1849, a soli due mesi dalla sua tragica fine, e indirizzate a «Muddy», Maria Clemm (la zia con la quale viveva a Fordham, l’attuale Bronx a New York), che gli fece da madre, quando il piccolo Edgar rimase orfano all’età di 3 anni. «Mia cara madre adorata, sta su, perché grazie a Dio stanno arrivando per noi due giorni migliori. Salvo qualche imprevisto, saremo fuori da questa terribile povertà in meno di un mese, prima che ti mandi un po’ di denaro ma non posso dire quanto». E’ la lettera straziante di un uomo ridotto sul lastrico e che vuole a tutti i costi sposare Elmira Royster, vedova Shelton, di casa a Richmond, e con una rendita di settemila sterline all’anno.

Ascoltando Teresa Campi, le modalità del ritrovamento della lettera, inedita per le due prime pagine – le successive erano già state pubblicate nel 2017 da Barbara Lanati, nel suo, «Edgar Allan Poe. Lettere» – sembrano essere state scritte dallo stesso iniziatore del racconto poliziesco (ma non solo). «Un paio d’anni fa, ero in vacanza nell’isola di Filicudi, alle prese con la biografia di Poe, a casa di una mia amica, la quale ad un certo punto mi fa: sono stata ad un’asta, a Roma – mi trovavo lì per cercare di vendere alcune lettere di Garibaldi – e ho notato un catalogo con una lettera autografa di Edgar Allan Poe: eccolo, magari ti serve». La scrittrice abbandona per un attimo la stesura del libro e compie una piccola indagine: «La lettera pubblicata da Barbara Lanati, catalogata col numero 328, iniziava con dei puntini di sospensione: era evidente che fosse priva delle prime due pagine, delle quali non era a conoscenza neppure Arthur Hobson Quinn, tra i più grandi biografi di Poe».

Il silenzio su quelle pagine autografe è durato per più di un secolo. Con un intermezzo, un’ottantina di anni fa, degno di un film, e che ci porta ad Anzio, nel1944, durante lo sbarco degli alleati sul litorale tirrenico. «Ad Anzio, un militare americano stringe una forte amicizia con un preside di una scuola, un collezionista numismatico. Tra i due amici avverrà uno scambio, ed il professore si ritroverà con un faldone contenente alcune lettere autografe di autori angloamericani», racconta Fabio Massimo Bertolo, specialista di libri autografi e stampe per Finarte, la celebre casa d’aste italiana, nella cui sede romana (allora Minerva Auctions), il 4 giugno 2015, è stata battuta la lettera di Poe, al prezzo di 136 mila euro.

«Ricordo benissimo di essermi incontrato, un po’ di tempo prima di quel giugno di cinque anni fa, con il marito della nipote del professore di Anzio: la lettera di Poe era perfettamente conservata in una busta trasparente. Ci siamo subito assicurati che fosse autentica», dice Bertolo, il quale, rendendosi conto che una occasione del genere, il mondo del collezionismo americano difficilmente se la sarebbe fatta sfuggire («Da loro, Poe è considerato alla stessa stregua di Dante»), ha fatto in modo che la notizia arrivasse sui canali statunitensi. «Chi ha speso 136 mila euro per le due facciate della lettera? La ‘Susan Jaffe Tane Foundation di New York’, tra i maggiori collezionisti dei cimeli di Poe. Susan Jaffe è originaria di Baltimora, dove Edgar Allan Poe è sepolto. In fondo, è come se la lettera fosse tornata a casa. Magari con un «Friccico de luna», pure per lui.