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Luoghi del cuore, il Fai Anzio e Nettuno punta su Paradisino e Torre Astura

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Il gruppi Fai Anzio/Nettuno si sta impegnando, nell’ambito della iniziativa FAI Nazionale denominata LUOGHI DEL CUORE per ottenere rilevanza per due luoghi del nostro litorale che sono pura bellezza: Torre Astura  e il Paradisino. Si possono votare entrambe anche senza essere iscritti al Fai. “Vota i luoghi che ti hanno regalato un’emozione. Tutti insieme possiamo salvarli”, questo lo slogan della campagna Fai che ogni anno sceglie un luogo e assegna fondi per la sua salvaguardia.

Il Paradiso sul mare

Torre Astura è una torre costiera fortificata e un’isoletta del Lazio, nel territorio della città di Nettuno, a circa dieci km a sud est dal centro abitato. Torre Astura si raggiunge percorrendo la strada provinciale Acciarella che da Nettuno porta a Latina. Passato il grande bosco del Foglino, si prosegue per circa 5 km; al primo incrocio girare a destra per Foceverde e dopo tre km si arriva a un grande parcheggio. Da qui parte una passeggiata che porta a Torre Astura. Il territorio di Torre Astura è oggi compreso all’interno dell’U.T.T.A.T. (Ufficio Tecnico Territoriale Armamenti Terrestri) del Ministero della Difesa, già noto come Poligono Militare di Nettuno. Si sviluppa per circa 8 chilometri lungo la costa tirrenica all’interno dell’area comunale. Il paesaggio è per la maggior parte pianeggiante, con tratti di vegetazione bassa a erbe e cespugli di macchia mediterranea (mantenute così dai militari, per le loro esercitazioni) e tratti boschivi caratterizzati da boschi misti a caducifoglie (cerri, farnetti, roverelle e aceri in prevalenza) nelle aree più interne e, in prossimità del mare, da boschi sempreverdi di leccio e sughera spesso sormontati dalle fitte chiome di secolari pinete impiantate dall’uomo in epoche passate. Tutta l’area costiera è bassa e sabbiosa e mantiene quasi inalterati importanti tratti di naturalità, con cordoni dunali alti sui quali crescono l’Ammophila arenaria e il Pancratium maritimum, due specie di notevole pregio botanico. Zona a rischio nell’antichità per le secche e gli improvvisi banchi di roccia, i fondali circostanti il Castello sono ricchi di reperti archeologici, oggetto, sino agli anni settanta, di un saccheggio incontrollato. La prima fase di costruzione risale al I secolo a.C.. Potrebbe trattarsi della villa di Astura appartenuta a Cicerone, che ne parlava nelle sue lettere ad Attico. L’Astura romana era un approdo alla foce del fiume omonimo posto lungo la via Severiana, sede di ville già dal I secolo a.C. Una tra queste fu di Cicerone, e Astura fu teatro delle ultime fasi della sua inutile fuga da Antonio. Nel sito venne realizzata, tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’età imperiale, una villa strutturata in parte in terraferma e in parte su un’isola artificiale, dotata di una vasta peschiera, i cui resti sono ancora in parte visibili (sulle murature in mare fu poi realizzato il castello). A partire dalletà romana Astura rappresentava infatti il prolungamento e il confine ad oriente della colonia di Antium e per la sua amenità fu un luogo molto amato dai nobili romani, che la scelsero per costruirvi le loro ville dotium. Nel 1193 il sito venne in possesso dei Frangipane, che per proteggersi dai Saraceni vi costruirono una fortezza marittima con una torre a pianta pentagonale circondata dalle acque e collegata alla terraferma da un ponte ad arcate in laterizio. Nella zona che la circonda si trova una pineta dove scorre il fiume Astura. Nel 1268 Corradino di Svevia, sconfitto a Tagliacozzo, si rifugiò ad Astura, nell’omonima torre, ma Giovanni Frangipane, signore di questa terra lo consegnò a Carlo d’Angiò, re di Napoli, cosicché fu decapitato a Campo Moricino, l’attuale Piazza del Mercato di Napoli. Nel 1426, dopo essere stato feudo dei Caetani e degli Orsini, passò sotto i Colonna, i quali ristrutturarono il castello, dandogli l’attuale aspetto, e lo vendettero nel 1594 a Clemente VIII Aldobrandini. Da questi, finita la famiglia Aldobrandini, passò ai Borghese, dai quali fu ceduta al comune di Nettuno negli anni settanta. Da Torre Astura lo sguardo spazia dal Circeo ad Anzio e fino alla bonifica il sito rimase immerso nella foresta paludosa che occupava l’Agro Pontino immediatamente alle spalle della duna costiera. Come notava Gregorovius nel 1854 “Con Nettuno cessa la civiltà umana su questa costa, perché immediatamente alle spalle della città comincia il deserto pontino. La macchia si estende fino a Terracina”.

L’edificio, nato come Kursaal Polli ma ben presto identificato con il più suggestivo appellativo di “Paradiso sul Mare” a causa della sua scenografica posizione affacciata sul Tirreno, fu progettato nel 1919 dall’arch. romano Cesare Bazzani per conto di Giuseppe Polli, imprenditore e sindaco di Anzio, ed inaugurato nel 1924; negli auspici della proprietà era destinato a essere luogo di importanti eventi mondani quali sfilate di moda, convegni, mostre e perfino casa da gioco. Bazzani realizzò un imponente edificio in stile liberty con un fronte semi circolare affiancato da due torri cupolate. Semicircolari sono anche le due terrazze prospicienti il palazzo e affacciate direttamente sulla spiaggia di Anzio. All’interno si trovavano due sale da gioco con soffitti affrescati al piano superiore, mentre il piano inferiore ospitava il salone da pranzo con la pista da ballo. Esteticamente il Paradiso ebbe subito notevole successo come esempio dello stile liberty in voga in quegli anni, a maggior ragione perché fu realizzato in coerenza con i villini che andavano sorgendo nella riviera orientale di Anzio determinando un tessuto urbanistico-architettonico che, grazie anche all’accuratezza delle esecuzioni, rese la città particolarmente attraente determinandone un forte successo presso la società borghese del tempo. Tale armonia urbanistica si bloccò quando giunsero gli effetti del nuovo orientamento culturale del regime fascista a scoraggiarla radicalmente. Ma quella involuzione fece del Paradiso una ancor più importante testimonianza della nostra storia e ciò varrebbe da solo a meritargli il diritto alla salvaguardia. Nel corso degli anni il Paradiso è stato al centro della vita cittadina ospitando via via concerti, esposizioni, consigli comunali e perfino una sala da ballo rimasta nella memoria dei ragazzi che negli anni Sessanta adoravano frequentare quel locale dal nome strano di “Momus”. Durante il conflitto mondiale fu utilizzato come sede dal comando alleato dopo lo sbarco avvenuto nel gennaio 1944. Decisamente favorito dalla raffinata architettura si guadagnò poi l’attenzione del cinema che ne fece uso per ambientarvi film come Amarcord di Federico Fellini e Polvere di stelle di Alberto Sordi. Nel 1968 l’edificio venne preso in gestione dalla Provincia di Roma (ora area metropolitana) e adibito parzialmente a scuola e convitto dell’Istituto professionale di Stato per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione. Nel 1978 erano rimasti solo 30 convittori e questo portò alla chiusura definitiva del convitto, trasformato nell’ attuale Istituto Alberghiero I.P.S.S.A.R. Marco Apicio di Anzio. Una porzione dell’edificio è ancora oggi utilizzata come deposito del Museo Civico Archeologico di Anzio, situato a poca distanza dal Paradiso. A causa del progressivo degrado in cui versa l’edificio, soggetto ad alcuni crolli di intonaci, nel 2015 l’uso del bene è stato interdetto agli studenti dell’Istituto Alberghiero, definitivamente trasferiti. Un sopralluogo effettuato nel marzo 2016 dall’associazione civica Anziodiva ha confermato la presenza di pesantissimi segni di degrado inducendo la stessa associazione a indirizzare una lettera aperta al sindaco sul problema informando contestualmente la Sovrintendenza Belle Arti e Paesaggio, l’Ufficio Scolastico Regionale ed il Prefetto, ognuno per la sua parte di competenza. Da febbraio 2016 la gestione del bene, chiuso e inutilizzato, è tornata nuovamente al Comune di Anzio. Il decadimento strutturale impone urgenti e consistenti lavori di recupero con oneri difficilmente sostenibili dalle casse comunali.