Home Cultura e Spettacolo Montanelli e gli ipocriti sussulto di coscienza

Montanelli e gli ipocriti sussulto di coscienza

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L'avvocato Lanzi in Tribunale a Velletri

Mai, come negli ultimi tempi, siamo stati costretti ad interrogarci sul corso della storia e sui fondamenti della nostra identità: l’imprevedibile pandemia da Coronavirus, il suo impatto brutale sulla vita di tutti, la riduzione delle giornate ad un essenziale per alcunipersino insopportabile e la recente, incerta ripresa, hanno completamente sconvolto i progetti e le priorità di intere nazioni.

     D’altro canto, tensioni mai sopite, ciclicamente riacutizzate da fatti di cronaca assurti a simbolo, ripropongono periodicamente interrogativi di solito sommersi dalla frenetica quotidianità.

     E’, quest’ultimo, il caso del “Black lives matter”, il movimento nato in USA a seguito della scellerata uccisione, a Minneapolis, del cittadino afroamericano George Floyd, da parte di un poliziotto bianco, e subito dilagato in tutto il mondo, con cortei, manifestazioni, omaggi solenni alla vittima e altrettanto solenni impegni, di autorità e semplici cittadini, a impegnarsi concretamente contro le discriminazioni.

     Una singolare conseguenza di questa situazione è stata, in USA, l’aprirsi di una sorta di “caccia” a simboli e retaggi del passato schiavista, vissuto oggi con grande disagio, sebbene proprio in quell’epoca, affondino le radici della società americana, delle sue istituzioni e anche della sua Costituzione (1787).

     A farne le spese, simboli della società di massa, come il film “Via col Vento”, ambientato durante la guerra di secessione (1861 – 1865) e tacciato di razzismo per la rappresentazione dei personaggi di colore, nonostante proprio Hattie McDaniel, la Mami della pellicola, sia stata la prima afroamericana a vincere un Oscar, e ancor più innocui programmi di intrattenimento, come la serie televisiva anni ’70 “Hazzard”, accusata per la bandiera sudista dipinta sul tettuccio del “Generale Lee”, la celebre auto dei due protagonisti.

     Si è poi proceduto, con furia iconoclasta, all’abbattimento e alla vandalizzazione di statue di famosi personaggi storici, da sempre celebrati per il loro contributo alla nazione: Cristoforo Colombo, scopritore dell’America, ma anche, secondo i detrattori, responsabile del genocidio dei nativi e altri, come Jefferson Davis, presidente degli Stati Confederati d’America durante la guerra civile (1861 – 1865).

     Questo gesto di ribellione, peculiare di una realtà non paragonabile ad altre, in quanto le tensioni razziali, in America, attraversano tutto il XX secolo, incrociando figure gigantesche come quella di Martin Luther King, controverse come quella di Malcom X e fenomeni sinistri come il Ku Klux Klan, ha avuto i suoi epigoni anche in Italia, per la precisione a Milano, dove, pochi giorni fa, è stata imbrattata con vernice colorata e scritte, la statua dedicata a Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti di tutti i tempi.

     Nel caso di Montanelli, il collegamento al “Black lives matter, assai forzato, è il suo passato di partecipante alla guerra d’Abissinia: nel 1935, a ventisei anni, nell’ambito di una pratica all’epoca molto diffusa, (e già criticata), il c.d. “madamato”, acquistò, dalla suafamiglia una giovanissima eritrea, di nome Destà, e ne fece la propria concubina. Non rinnegò mai la scelta fatta e ciò lo portò, nel 1969, ad un duro scontro televisivo con Elvira Banotti, nota femminista, spesso invisa alle sue stesse compagne di lotta; oggi, per questo retroscena, Montanelli subisce un processo post mortem, che rischia di appiattiresu un unico, discutibile episodio, la sua figura e tutta la sua attività di intellettuale, autore di una monumentale “Storia d’Italia” in 22 volumi, quarant’anni di lavoro e collaborazioni prestigiose (prima Roberto Gervaso e poi Mario Cervi).

     Montanelli descriveva il suo lavoro con l’umiltà di chi non ritiene di possedere la verità rivelata, ma anche con l’orgoglio di chi non accettava le faziose vulgate altrui: “Tutto quello che qui racconto è già stato raccontato. Io spero solo di averlo fatto in maniera più semplice e cordiale, in uno stile più piano e facilmente accettabile dalla grande massa dei lettori, attraverso una serie di ritratti che illuminano i protagonisti di una luce più vera, spogliandoli dei paramenti che ce li nascondevano”.

     Leggere oggi la sua opera, che inizia dall’Antica Roma e finisce con l’Italia dell’Ulivo (1997), significa imbattersi in perle di acutezza analitica e di onestà intellettuale, come quando definisce “guerra civile” la Resistenza, transizione feroce dalla dittatura alla democrazia.

     Era però anche consapevole del fatto che il suo passato politico avrebbe sempre gravato di un ottuso pregiudizio il valore della propria opera.

     Nell’ Avvertenza al volume “L’Italia degli anni di piombo (1965 – 1978)”, che affronta il preludio alla contestazione (gli anni di gomma”), il terrorismo, l’eccidio di Moro e l’elezione di Pertini a Presidente della Repubblica, scrisse infatti: “Per tutti gli anni Settanta, e per i primi Ottanta, noi fummo indicati alla pubblica esecrazione come i fascisti, i golpisti, in una parola i lebbrosi. E forse saremmo ancora nel ghetto in cui ci avevano relegato, se a trarcene fuori dandoci completa ragione non fossero sopravvenuti i fatti. Spogliarci di questo passato e parlarne come se non ci avessimo partecipato è stato, per Cervi e per me, lo sforzo più grosso. Speriamo di esservi riusciti: nei limiti, si capisce, di quell’angolatura da cui nemmeno lo storico più obiettivo ed imparziale può prescindere. Per noi gli anni che vanno dalla strage di Piazza Fontana all’assassinio di Aldo Moro non sono affatto “formidabili” come li dipingono certi commentatori e memorialisti di sinistra per giustificare i proprio trascorsi di fiancheggiatori del terrorismo. Per noi quei “formidabili” anni furono quelli del sopruso di una minoranza ubriaca di mode e di modelli d’importazione (Marcuse, Mao, Che Guevara) su una maggioranza succuba anche perche priva di una voce che la rappresentasse. Noi fummo questa voce, e non possiamo prescinderne anche se abbiamo fatto di tutto per dimenticarcene. Secondo noi, il bilancio di quei “formidabili” anni è tutto in passivo. Essi non si sono lasciati dietro che lutti e galere, e quella cosiddetta “cultura del sospetto” che seguita ad inquinare la nostra vita pubblica, continuamente scossa da scandali più o meno pretestuosi che proprio in quei “formidabili” anni hanno la loro origine e radice”.

     Queste parole, all’epoca di coraggiosa critica, perché già avevano individuato i leit – motif di una sinistra sempre più autoreferenziale e dedita all’accaparramento del potere sotto mentite spoglie, si rivelano oggi di portata profetica, e spiegano anche la vicenda dell’imbrattamento della sua statua: a ben guardare, infatti, secondo commentatori superficiali e faziosi, il Montanelli razzista e violentatore sarebbe tale perché fascista e dunque sommamente meritevole del pubblico ludibrio.

     Tale banalizzazione, storicamente errata, omette volutamente di chiarire al lettore odierno che il fascismo tutelava i figli delle unioni miste, affidandoli, in caso di abbandono dei genitori, ad appositi istituti, retti da missionari cattolici e, soprattutto, che, in Etiopia, fu il fascismo, ancorché per ragioni non umanitarie, ma di semplice organizzazione sociale, ad abolire la schiavitù e ad abrogare, nel 1937, la pratica del madamato, punendo con la reclusione da uno a cinque anni il cittadino italiano che avesse avviato una relazione more uxoriocon una donna del posto.

     Nessuno dei precedenti governi liberali aveva così nettamente represso tale pratica, ma la propaganda sinistroide oggi dilagante tace i fatti della storia per propalare solo le distorte opinioni.

     Il punto, allora, è proprio questo: è giusto essere tanto permeabili alle suggestioni altrui, da dimenticarci quanto lontane esse siano dalla nostra dimensione e, in nome di un’estrema ed ipocrita applicazione del pregiudizio storico, che dal secondo dopoguerra condiziona la narrazione sociale italiana, fingere che, per un errore di gioventù, Montanelli non è più Montanelli?

     La risposta, ovviamente, è no: non solo perché, così facendo, si commette un’ingiustizia nei confronti dell’uomo, ma anche perché si legittima un’operazione storica inaccettabile: liberarsi a buon mercato dell’impresa coloniale italiana, enfatizzando gli errori di alcuni e stendendo una cortina di silenzio e di buio sulle grandi responsabilità di tutti gli altri.

     La narrazione storica unilaterale non dà mai buoni frutti e, quando si abbina alla disuguaglianza di trattamento, spesso compie errori fatali: ci piacerebbe vedere trattati, con la stessa severità riservata a Montanelli, gli ideologi brigatisti mai dissociatisi dalle loro sanguinarie imprese; essi, dopo i giovanili furori, si godono una riservata e tranquilla vecchiaia.

     Sanno già che in un’Italia strabica e smemorata i vinti continueranno a pagare anche le colpe degli altri.

 Avv. Fabrizio Lanzi

Dott.ssa Simonetta Pozio