Home Cronaca Nettuno – Processo Sfinge, la Cassazione conferma: mafia sul Litorale

Nettuno – Processo Sfinge, la Cassazione conferma: mafia sul Litorale

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L’organizzazione criminale costituita a Nettuno dai cosiddetti Casalesi pontini, che ha seminato per circa dieci anni il terrore tra la città del Tridente, Anzio, Aprilia, Cisterna e Latina, è mafia. Non più un’ipotesi, ma una certezza giuridica, visto che la Corte di Cassazione ha confermato le condanne nel processo “Sfinge”. E per la terza volta, anziché emergere le solite infiltrazioni mafiose, è stata scoperta e definitivamente accertata l’operatività di un’organizzazione criminale di stampo mafioso sul litorale, nata e cresciuta sul territorio.

Le indagini che hanno dato vita al processo “Sfinge” sono iniziate il 28 marzo 2008 quando sull’Appia, tra Latina e Cisterna, il ristoratore Francesco Cascone subì un attentato a colpi di kalashnikov, in cui restarono feriti un suo dipendente, Gerardo Citro, e un residente nella zona, Giuseppe Chinellato. L’Antimafia di Roma, alla luce dell’attività svolta dalla Mobile, si convinse che a operare tra Latina e il litorale romano fosse un’associazione per delinquere di stampo mafioso, legata al clan dei Casalesi, ma dotata di una propria autonomia. Oltre alle minacce a Cascone spuntarono fuori numerosi inquietanti episodi: dall’estorsione al barista di Nettuno Alberto Fiorillo a quella al proprietario di videopoker Giuseppe Basso, dai colpi di pistola contro le vetrine del negozio di Tommaso Anzaloni, sempre a Nettuno, all’estorsione per non pagare l’imprenditore che aveva fatto lavori nella villa dei boss, Massimiliano Campanile.

Tre soldati della gang, Enzo Buono, Luigi Cotogno e Michele De Leo, tutti di Nettuno, si erano poi pentiti, confermando le accuse e per loro, processati separatamente, le condanne erano già definitive. In appello Maria Rosaria Schiavone, nipote del boss Sandokan e figlia del pentito Carmine, la donna che ha rinnegato il padre perché è diventato un pentito, soprannominata appunto “la Sfinge”, è stata condannata a 16 anni e otto mesi di reclusione. Il marito della boss, Pasquale Noviello, a 7 anni di reclusione, avendo già avuto una condanna pesante per l’agguato a colpi di kalashnikov. I soldati Francesco Gara e Agostino Ravese, per le stesse ragioni, sono stati condannati a un anno e 4 mesi e un anno e mezzo. Mario Noviello, padre di Pasquale, a 5 anni, e a cinque anni e mezzo l’armiere del gruppo, Dario Flamini. Quattro anni e mezzo infine per il ristoratore Francesco Cascone, imputato soltanto come autore di un tentato omicidio. Per Pasquale Noviello e Cascone, soltanto per un paio di accuse, ricorso infine accolto e nuovo processo in Corte d’Appello. Ma il cuore del processo, accusa di mafia in primis, è appunto confermato e definitivo.