Home Cronaca Frode fiscale e bancarotta, coinvolta una donna di Anzio

Frode fiscale e bancarotta, coinvolta una donna di Anzio

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Anche una donna di Anzio ma residente a Montesilvano è rimasta coinvolta nell’inchiesta che ha portato al sequestro di beni per sei milioni di euro nel pescarese per diverse persone, tutte accusate a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla bancarotta fraudolenta. Nei giorni scorsi è stato confermato il sequestro della villa di Montesilvano dell’imprenditore Mauro Mattucci, i conti correnti e lo stabilimento-discoteca Tortuga. Lo ha deciso il tribunale del Riesame rigettando il ricorso presentato contro il provvedimento del gip di Chieti che prevede il sequestro preventivo di 65 unità immobiliari, situate nel pescarese, e 43 conti correnti. I sequestri sono scattati il 2 settembre contestualmente alle misure cautelari, con l’arresto di otto persone e l’interdizione dalla professione di due commercialisti. In un primo momento sono finiti in carcere Mauro Mattucci, Antonio Gentile, e Giuliano Capurri, tutti di Montesilvano, e sono state sottoposte agli arresti domiciliari altre cinque persone, e cioè il figlio di Mattucci, Marco, Vincenzo Misso, Nando Di Luca e Carla Cameli, di Anzio ma domiciliata a Montesilvano, Valerie Laurence Lighezolo, di Città Sant’Angelo. La settimana scorsa, su disposizione del tribunale del Riesame, hanno lasciato il carcere e sono stati sottoposti ai domiciliari sia Mauro Mattucci che Gentile e Capurri, mentre Marco Mattucci, Misso e Di Luca sono tornati in libertà. In questo caso sono stati accolti i ricorsi presentati dai difensori degli indagati, tra cui Gianluca Carlone, Giacomo Cecchinelli, Alessandro Perrucci e Manuel Sciolè. E sempre il tribunale del Riesame lunedì ha sostituito la misura degli arresti domiciliari con l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per Carla Cameli, difesa dall’avvocato Franco Perolino.

Per quanto riguarda i sequestri, scattati per un importo per equivalente pari a 6 milioni di euro, il tribunale del Riesame ha quindi legittimato l’attività della Procura e del gip che ritengono di aver individuato e smantellato un «gruppo criminale» che si occupava di realizzare reati societari e fiscali. Gli investigatori hanno studiato «una serie di operazioni rilevanti il cui unico scopo sarebbe stato quello di acquisire società sane ma in crisi di liquidità, svuotarle dei beni posseduti, intestarle a prestanome e poi farle fallire, dopo aver trasferito la sede legale all’estero». Sono state accertate diverse bancarotte fraudolente e fatture false per 13 milioni di euro, con imposta evasa per 6 milioni di euro.