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Dj Fabo e il diritto a una morte dignitosa, legge ancora assente

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Roberto Alicandri

“Dj Fabo, Welby, Englaro… Storie diverse unite da una comune sofferenza e dalla insensibilità di una classe politica pavida e ignorante. Si parla di vicende, di storie ingiudicabili, che è giusto non giudicare; che riguardano la sfera privata di ciascuno di noi, e di chi ci vuole bene; e dove le leggi non devono costituire “divieti”, ma essere “solo” regole, facoltà”. Lo scrive in una nota stampa l’ex consigliere comunale di Nettuno Roberto Alicandri, da sempre in prima linea per difendere i diritti civili.

“Si parla della vita e della morte, di come ognuno di noi ha il diritto di stabilire quando la vita è degna di essere vissuta e quando cessa di esserlo; di quando la speranza non è più l’ultima a morire, ma morire diventa l’ultima speranza. Di questo, si parla: di quando la gioia del vivere si trasforma in insopportabile sofferenza, senza scopo, senza rimedio: un lungo, lancinante dolore per chi lo patisce, per chi vuole bene alla persona che di questo dolore è vittima, e non sa che fare, non può fare nulla. Si parla, anche, della necessità di fare chiarezza a partire dal lessico. Perché, per esempio, se vicende che hanno fatto “notizia” come quelle di Piergiorgio Welby, Eluana Englaro, Lucio Magri, Dj Fabo, hanno in comune una insondabile, ingiudicabile sofferenza (ma allora: anche Mario Monicelli), si tratta di vicende ognuna con una sua specifica “storia”. Si danno comunemente nomi diversi, eutanasia, interruzione delle cure, dolce morte, ed altri che apparirebbero come dei semplici bizantinismi giuridici. Eppure l’unica cosa che effettivamente servirebbe in queste situazioni così simili ma così diverse è la chiarezza giuridica, una legge, che chiarisca le possibili soluzioni e aiuti a orientarsi tra “polveroni” interessati e “ignoranze” in buona, ma soprattutto in cattiva fede. Chiunque abbia un minimo di pratica d’ospedali, cliniche e frequenti medici, sa che in Italia, oggi, la legge è quella del “si fa, ma non si dice”. Ci si affida, insomma, alla mano pietosa e alla coscienza di un medico o di un infermiere. Una “libertà clandestina”. Molto meglio sarebbero “paletti” giuridici e legislativi, una “legalizzazione”, in questo come un po’ tutti i campi del vivere comune. La classe politica italiana è quella che è. Avevano paura, al tempo del divorzio, che il paese non capisse. Avevano paura, al tempo dell’aborto, che il paese non capisse. Avevano paura, al tempo delle unioni civili tra omosessuali, che il paese non capisse. Hanno paura oggi, che il paese non capisca. La verità è che è la classe politica ad essere pavida e a non capire, priva com’è, di tutta evidenza, di misericordia, di intelligenza, di sentimento. Non hanno cuore, non hanno cervello. In una parola – conclude Alicandri – non hanno l’anima”.